Mag 27
Guardandosi in Giro (1)
La settimana scorsa, alla vigilia delle grandi Montagne, il Giro d’Italia ha fatto tappa a Cittadella. Come sempre l’arrivo del Giro è un evento che riesce difficile immaginare: una macchina organizzativa enorme che si muove come un orologio per regalare ai tanti spettatori presenti uno spettacolo forse troppo breve, ma che non vive solo di corridori e ammiraglie, ma di un vero e proprio circo.
Per me intanto è stata l’occasione di scrivere un paio di articoli di quelli che magari nessuno legge, ma che io mi sono divertito a scrivere.
Il primo racconta la storia del Giro nella provincia di Padova.
La storia del rapporto tra la provincia di Padova e il Giro d’Italia parte da lontano. Addirittura dai tempi eroici: siamo nel 1912 e il ciclismo è già uno sport che infiamma il pubblico. La corsa organizzata dalla Gazzetta dello Sport di Eugenio Camillo Costamagna è alla sua quarta edizione e, per la prima e unica volta, si corre a squadre. Sarà l’Atala a vincere.
Come detto i tempi sono eroici, strade e bici sono lontane da quelle che conosciamo oggi, ma i chilometraggi sono davvero impegnativi.
La prima tappa del Giro del 1912 infatti è di ben 398 chilometri: si parte da Milano e si arriva proprio a Padova. Il primo sul traguardo è proprio un portacolori dell’Atala, Giovanni Micheletto, corridore di talento ma poco propenso alla fatica. La storia di quella tappa, la prima che vede Padova protagonista al Giro d’Italia, è raccontata in uno dei libri capolavoro di Gianni Brera, “Addio bicicletta”, biografia romanzata di uno dei portacolori di quell’Atala, Eberardo Pavesi.
Passano dieci anni e gli organizzatori decidono di replicare l’inizio del Giro. Nel 1922 la prima tappa, è il 24 maggio, e il programma dice Milano-Padova. Questa volta i chilometri sono “solo” 326 e a vincere è l’eterno secondo Gaetano “Tano” Belloni. In realtà il primo a Padova è Giovanni Brunero, che però viene squalificato per un cambio di ruota (allora non permesso). Alla fine però Brunero riuscirà comunque a vincere il Giro.
Passano ancora gli anni e si arriva al 1936, con la 15. tappa Ferrara-Padova di 106 km vinta in volata da Raffaele Di Paco. Nel dopoguerra altro arrivo in volata: questa volta la Cesenatico-Padova di 175 km vede la vittoria di Antonio Bevilacqua. Ruote veloci, forse le più veloci di sempre, prime anche nel 1954, con Rik Van Sterbergen che regola tutti sia nella 16. tappa Riva-Abano Terme, sia nella 17. Abano-Padova. Il belga non si smentisce nemmeno nel 1957 e vince sia la 21. tappa Levico-Abano che la 22. Abano-Milano, che chiude il Giro, come a rovesciare la tappa del 1912.
Devono passare quasi vent’anni perchè la provincia di Padova torni in rosa. Siamo nel 1978 e sono ancora i grandi nomi a nobilitare il traguardo padovano, con Francesco Moser che supera Gavazzi e si prepara così a vincere la storica cronometro di piazza San Marco del giorno dopo.
Nel 1989 nessun arrivo, ma la partenza della prima tappa alpina, che vede il colombiano Luis Herrera vincitore sulle Tre Cime di Lavaredo per un secondo su Fignon, che vincerà quel giro.
Siamo nel 2000 e in Prato della Valle tutti attendono l’uomo di casa, Silvio Martinello, che però non entra nel podio della volata vinta da Ivan Quaranta.
Due anni dopo si torna in provincia di Padova per il giorno di riposo dell’infinito Eurogiro, che parte addirittura da Groningen, in Olanda. Nonostante la Terme Eugenee-Conegliano sia una tappa per velocisti, vinta ovviamente da “Super” Mario Cipollini, è forse proprio sulle strade padovane che si decide il giro. Dopo il giorno di riposo negli alberghi eugenei si parte verso Conegliano, ma prima c’è il Gran Premio della Montagna di Castelnuovo. Nulla di impossibile, ma Francesco Casagrande, grande favorito dopo l’esclusione per positività all’antidoping di Simoni e Garzelli, vuole quei punti. Nella volata Freddy Garcia, scalatore colombiano, finisce contro le transenne spinto da Casagrande. Garcia deve ritirarsi, a causa delle ferite, e la giuria squalificato Casagrande, che così vede volatilizzarsi la più ghiotta delle possibilità di far suo quel Giro che gli sfuggirà fino a fine carriera.
