Jan 05

Dal Kenya

Tag: Kenyam4x @ 7:02 pm

Mi ha risposto Diego, il responsabile del progetto del Cefa (onlus bolognese) a Nairobi, che si dedica ai bambini con problemi con la legge.
Loro stanno bene di salute, ma sono ovviamente molto colpiti per quello che gli sta succedendo attorno.
Ecco il suo commento.

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Fuori dalla finestra mille raggi di sole giocano tra le foglie delle giacarande in una girandola di luce. Guardo il cielo, profondo, senza fine. Nell’aria tersa un falco volteggia in solitudine, indifferente.

“Bella giornata” mi dico. Cerco di ricordare che giorno è. Non connetto. Ho perso il conto.

Quando la gente piange, la settimana diventa un unico lungo tempo di lutto senza domeniche o giorni di lavoro. Con questo popolo mi sento schiacciato tra le macerie di una settimana abbattuta, giorni ridotti in cenere come le case rase al suolo dai fuochi e i morti accatastati negli obitori.

Fuori dalla porta sento grida, fischi, gente che chiama, incita. Un rumore di folla in cammino che dalle baracche di Kawangware sale lungo la Ngong Road verso un’altra battaglia contro i corpi speciali antisommossa in attesa. Sfilano in disordine stringendo pietre e bastoni. Gente che cammina verso lotte senza gloria, gente ai crocicchi delle strade in attesa degli eventi, gente che se ne va per i fatti suoi. Non manca chi saccheggia vivi e morti.

In lontananza colpi di arma da fuoco. Altre grida concitate.

Dentro questa voragine di violenza, la città di Nairobi si inabissa nel silenzio. Il silenzio della paura.

L’Iraq, l’Afghanistan, la striscia di Ghaza non sono poi così lontane. Sono ad un tiro di sasso, ad un lancio di lacrimogeno, ad un colpo di fucile sparato in aria o sulla folla.

Colonne di fumo si alzano da Kibera. Ottocentomila persone sardinizzate in una valle sottile come un volo di passero. Un elicottero perlustra a bassa quota.

E’ risaputo che in certi paesi è più facile morire che in altri. A braccio, la polizia conta 250-300 morti in 4 giorni. Altre stime parlano di oltre 500 vittime. I morti contati alla buona confermano che se qui la vita vale poco per l’economia, quel valore scende a picco per i politici. Forse vale solo per chi in quelle vite ha perso qualcuno, ma questa è un’altra storia.

Morti e vivi sono carne da macello, come nella vecchia Europa ai tempi delle disastrose guerre combattute da anonime masse di fanti all’arrembaggio di trincee impossibili. Assalti alla baionetta con la grappa in corpo, corpo a corpo per la gloria dei re. Come nel gioco delle carte dove i fanti di picche si sacrificano volentieri per un asso.

All’alba, i fanti impoveriti di questa città si sono destati dal sonno con la rabbia in corpo per buttarsi sulle strade del centro, verso l’Huhuru Park – il parco della libertà – a manifestare contro i brogli elettorali del 27 dicembre e proclamare il loro presidente. Una fiumana di fanti usciti dagli argini di baraccopoli infossate come trincee sotto il livello della fogna per un giorno da leoni. Per dire al re del paese che la regola dice “una testa un voto”. Il voto di un’altra etnia non vale il doppio. Non si torna indietro.

Dalle baraccopoli di Kariobangi e Mahare sono saliti sulla Thika Road, da quella di Kibera si sono riversati sulla Ngong Road scendendo in piena fino ad argini umani imbottiti di caschi e giubbotti antiproiettile. Sono rimbalzati indietro e tornati alla carica, respinti e ricacciati nelle trincee della miseria, in una partita ad armi impari.

Hanno combattuto un nemico armato di scudi e bastoni, lacrimogeni ed armi da fuoco. Non sono mancati gli spari, qualcuno non è tornato.

Quando gli elefanti ballano, le formiche vengono calpestate. Così è accaduto in questo ballo di potere di capi arruffapopolo. Da giorni, gli elefanti del PNU, il partito riconfermatosi al governo, e quelli dell’ODM, l’opposizione che contesta i risultati elettorali, fanno danze di guerra. Un braccio di ferro dove l’uno mostra i muscoli dell’esercito, l’altro quelli delle masse impoverite.

Entrambi a combattere un nemico esterno. Anche i fanti contro lo stesso nemico.

I manifestanti vedono poliziotti schierati con l’usurpatore, la polizia vede una folla inferocita, il presidente vede una minaccia al suo potere, il capo dell’opposizione vede un ladro di voti.

Nessuno vede il proprio demone: l’intolleranza della diversità etnica, la lussuria del potere che scaraventa nel paradiso degli dei, la rigida arroganza che invoca sacrifici umani, l’odiosa frustrazione di povertà totali.

Nessuno guarda in faccia ciò che non vuol vedere: volti di padri, madri, fratelli e sorelle.

Le ombre si allungano su questa città spezzata.

I generali dell’opposizione rifugiati nelle retrovie del Serena Hotel lanciano proclami sul prossimo giorno di lotta. I capi del governo richiamano la cavalleria che ha vinto una battaglia ma non la guerra. Fatte le dichiarazioni alla stampa in onda al prossimo telegiornale, sono tutti tornati nei quartieri affluenti, nelle case coloniali dove al mattino ci si risveglia al canto degli usignoli.

Anche i fanti sono tornati a casa a leccarsi le ferite. Sono scesi sotto il livello della fogna. Non per riposare ma per perpetuare la lotta al nemico che sta fuori: scovare tra le baracche poveri ancora più poveri e proseguire con saccheggi, incendi, esecuzioni sommarie. Alla guerra tra potenti fatta di proclami si intreccia la guerra tra poveri fatta di sangue. In prima linea durante il giorno contro gli invulnerabili potenti di turno, in trincea la notte a scannarsi con il pretesto di un nome tribale inaccettabile sulla carta d’identità o di una t-shirt con il logo del partito sbagliato.

Le forze speciali non scendono nella polvere ad arginare i poveri che si combattano nelle baraccopoli di Kibera, Mathare, Huruma, Korogocho. Città nella città, sono ormai un enorme stadio impazzito, senza più arbitri né regole. Senza più nemmeno il pallone da calciare, perché non si tratta più di un gioco ma di un rincorrere l’altro credendo di rincorrere il proprio demone, senza mai raggiungerlo. Una partita impossibile tra squadre di perdenti senza più nulla da perdere avendo già perso tutto.

Desmond Tutu, Nobel della Pace volato in fretta dal Sud Africa dell’ex-apartheid, l’ha ripetuto a tutti, elefanti e formiche: “Bisogna sedersi ad un tavolo e parlarne.”

Un dialogo per cambiare le regole, mi permetto di dire. E inviterei le parti a chiudere gli occhi per guardarsi dentro piuttosto che la porta avversaria.

Questi giorni di guerriglia ci dicono che per vincere la partita bisogna giocare al contrario.

Ciascuno a riscrivere il proprio numero sulla maglietta per rimettere in gioco la palla in una partita politica che permetta un clamoroso autogoal dei presidenti in carica ed in pectore, dei partiti e del loro parlamento dove i numeri di voti reali o presunti valgono ben più dei numeri dati a braccio di vite spezzate.

Questo sarebbe un goal vincente laggiù nelle trincee della miseria di questo paese dove la partita inizia e dove davvero dovrebbe finire con la vittoria dei fanti ed il riscatto delle loro vite.

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