Oct 21
Tempo di interviste
Nel fine settimana spazio alle interviste. Ne sono uscite ben due cui tengo in maniera particolare. Una su Carta Qui Est Nord (peccato che anche questa volta abbiano sbagliato il nome, ma ho già strigliato chi di dovere) a Manu Rampazzo, presidente del Faber. L’altra semplicemente sul Gazzettino, ma nientemeno che a Valerio Evangelisti, sull’imminente uscita di “La luce di Orione”, non capitolo della saga di Eymerich.
Ecco intanto quella a Manu…
Il consumo sempre più diffuso di tecnologia porta ad una sempre minore durata di ogni prodotto. Di fatto per le aziende che producono computer, telefoni cellulari, lettori mp3 la rapida obsolescenza dei dispositivi diventa una precisa strategia di marketing. Con la diretta conseguenza non solo in termini di impatto ambientale, ma anche di un aumento di costi di accesso alla tecnologia. In questo senso basti pensare ai requisiti hardware dell’ultimo sistema operativo Microsoft, Vista, che riesce a “girare” solo su computer di ultima generazione. Da alcuni anni anche in Italia si sta però diffondendo la pratica del trashware, cioè del recupero funzionale di hardware dismesso, utilizzando software libero. In Veneto se ne occupa l’Associazione di promozione sociale Faber Libertatis (http://faberlibertatis.org), che opera principalmente a Padova e Venezia.
Manuele Rampazzo, presidente dell’associazione Faber, com’è nata questa esperienza e con quali fini?
Il fine che ci poniamo è molto preciso: fornire conoscenza informatica a chi non ne dispone. Una conoscenza che deve essere libera: per questo utilizziamo software libero. Sulla scia del Golem (Gruppo operativo linux Empoli, http://golem.linux.it), pionere in Italia del trashware, è nata nel 2004 Faber, con l’intenzione di rivolgersi proprio a chi ha bisogno di questa conoscenza informatica.
Qual’è esatttamente l’attività di una associazione che si occupa di trashware?
La nostra si orienta in tre filoni principali. Uno è costituito dagli interventi tecnici diretti, che possono andare dalla fornitura di computer ad associazioni ai progetti di collaborazione internazionale o alla migrazione al software libero di aule informatiche e internet point, come quelle che abbiamo realizzato per il comune di Venezia o l’informagiovani di Mestre. Un altro aspetto importante è la formazione, che è direttamente conseguente all’intervento tecnico, perchè insieme all’hardware dobbiamo portare la conoscenza. Per questo organizziamo dei corsi o delle serate su temi specifici. Inoltre uno dei nostri obiettivi è sensibilizzare chi ha invece accesso alla tecnologia informatica sul fatto che una larga parte di popolazione, in Italia e all’estero, non ha accesso a questi mezzi.
Questa differenza costituisce il digital divide, il divario digitale. Esistono diversi aspetti del divario digitale, sia nei rapporti tra paesi che all’interno di un paese come l’Italia?
Esistono diverse ragioni che vanno a creare il divario digitale. Le ragioni possono essere anagrafiche, culturali, economiche, geografiche (soprattutto riguardo all’accesso alla banda larga). Anziani, persone di bassa scolarizzazione, che non possiedono mezzi economici per acquistare un computer oppure che vivono in zone isolate si trovano in una situazione di divario digitale. Ovunque si venga a creare una situazione di contrasto tra fasce diverse di popolazione si ricade in una situazione del genere.
Perchè il software libero diventa un mezzo indispensabile per ridurre il divario digitale?
Il software libero è indispensabile per vari motivi, anche solo per una questione di costi, visto che si annullano le spese per le licenze, ma anche per la flessibilità che offre, che permette, entro certi limiti, di adattarsi a situazioni diverse. Il software libero diventa indispensabile perchè può essere utilizzato in contesti che permettono di riutilizzare computer altrimenti davvero inutili. Ad esempio attraverso la tecnologia Linux terminal service (una serie di terminali che permettono di utilizzare svariati programmi grazie ad un server centrale) stiamo allestendo un’aula di informatica in una scuola media di Mira con il riutilizzo di autentici “catorci” che invece diventano perfettamente utilizzabili. Le spese che la scuola ha dovuto affrontare grazie a questa tecnologia libera sono state molto inferiori a quelle che avrebbe dovuto accollarsi se si fosse affidata a soluzioni hardware e software “tradizionali”. In questo modo possiamo dire che grazie anche al nostro intervento è stata allestita un’aula completa con una trentina di postazioni con un esborso limitato. Rivolgendosi a soluzioni tradizionali si sarebbero potute allestire solo poche postazioni.
Ma per installare il software libero servono i computer…
Per prima cosa è necessario l’hardware. Noi recuperiamo (da strade diverse) computer obsoleti o singoli componenti. Il primo passo è quello di allestire la parte fisica (magari assemblando pezzi di svariate macchine singolarmente da buttare), su cui poi installiamo software libero, nello specifico una distribuzione di GNU/Linux. In questa fase ci imponiamo di non pensare con le nostre teste di informatici, perchè chi riceverà questi computer potrebbe non sapere nulla di informatica e quindi dobbiamo mettergli disposizione un sistema il più semplice possibile. Quello che ci piace dire in questi casi è che “dai rottami nascono i fiori”.
Recuperare computer destinati alla discarica non è utile però solo per risolvere il divario digitale, ma anche a livello ecologico. Avete presente questa problematica?
Questo è uno dei corollari importanti alla nostra attività. Un certo spirito ecologista c’è. Ancor prima di chiedere delle donazioni noi consigliamo sempre di utilizzare più a lungo possibile il proprio computer, per ridurre l’impatto ambientale sia nella produzione di nuove macchine che quello nello smaltimento delle vecchie, visto che un computer è composto di metalli pesanti, vetri, materie plastiche.
Quali sono i progetti che avete portato avanti all’estero?
Il progetto principale all’estero che abbiamo realizzato riguardava l’informatizzazione di un villaggio nella Repubblica democratica del Congo. Nel dicembre 2005 si è recato là un nostro volontario per installare una parabola satellittare per l’accesso ad internet, utilizzata sia dagli abitanti del posto che dagli operatori umanitari che vi si trovano ad operare. Questo ha dato la possibilità di velocizzare di molto le comunicazioni. L’obiettivo era fornire integralmente un’aula informatica, che però non è stata ancora ultimata, soprattutto perchè i tempi “africani” non sono certo quelli cui siamo abituati noi, “bravi colonizzatori”. Abbiamo quindi dovuto imparare a rapportarci con esigenze diverse, il che per altre associazioni magari è normale, ma che per noi informatici invece si è rivelato un trauma salutare.
Il trashware è un’attività che si va diffondendo. Oltre a Faber ci sono altre realtà simili in Veneto?
I gruppi trashware sono diffusi a macchia di leopardo in tutto il triveneto. Ci sono dei gruppi a Belluno, Bassano, Montebelluna, Sommacampagna, in Trentino e il Friuli, ad Aquileia. Molti gruppi, compreso Faber, collaborano in maniera stretta con Ingegneria senza frontiere. Abbiamo anche un wiki (http://trashware.linux.it) che serve da portale di coordinamento delle varie realtà.
L’elenco completo delle associazioni che si occupano di trashware in Italia è disponibile sul sito i trash!Italia: http://trashware.linux.it/wiki/Gruppi. Sui siti dei singoli gruppi è possibile trovare le indicazioni per chi volesse donare computer, periferiche o altri componenti destinati ai progetti di trashware.





