Oct 24
Sport e professionalità…
Il buon Zuc ha avuto la brillante idea di chidermi di scrivere un pezzo per la rivista del Coni padovano, CONoi. Quando gli ho chiesto di cosa doveva parlare, mi ha detto che avevo libertà di scelta. Grosso errore.
Questo è quello che sono riuscito a sproloquiare…
Calcio a parte è stata un’estate intensa. Tralasciando la sbornia per Grosso e compagni, gli sportivi non si sono certo annoiati davanti alla tv. Qualche bella soddisfazione (i nuotatori su tutti, ma anche i maratoneti e a tratti gli azzurri del basket), ma soprattutto tanti spunti per qualche riflessione sullo stato di salute dello sport italiano, che non è poi tanto diverso da quello del movimento padovano. Anzi: a livello locale e nazionale pregi e difetti si riflettono con sorprendente regolarità, segno che alla fine il raccolto corrisponde sempre al seminato.
Non riuscire a proporre protagonisti a livello europeo sulle lunghe distanze dell’atletica e ritrovarsi con una nazionale maschile perdente nel volley sono segnali importanti, che devono far riflettere. Esiste ancora un movimento solido?
Ovvio che a questa domanda fondamentale deve rispondere per prima la struttura centrale, ma a livello periferico, di base, è inevitabile confrontarsi con il problema del reclutamento e dei talenti. Trovare un fuoriclasse è difficile e, il più delle volte, legato fondamentalmete alla “fortuna”. Difficile, anzi, diciamocelo, impossibile, programmare di far uscire un autentico talento anche dal vivaio meglio organizzato del mondo.
Se però ci si ritrova una ragazza o un ragazzo con delle qualità, è spesso molto facile rischiare di perderlo per strada. Tanti giovani atleti, in tutti gli sport, nelle categorie giovanili fanno vedere cose egregie, ma una volta al “piano superiore” non hanno più la possibilità di crescere e di raggiungere risultati importanti. Possibilità che sono invitabilmente legate al contesto in cui ci si trova ad allenarsi, gareggiare, vivere lo sport.
A questo punto diventa decisivo il ruolo delle società. Un ruolo delicato: dare a chi ne ha concrete possibilità l’opportunità di diventare un atleta di alto livello. Certo, per i dirigenti è più facile sbandierare l’aumento dei tesserati o successi maggiori di quelli del campanile vicino, ma oggi “fare sport” non è più solo un hobby. Pensare all’attività sportiva come semplice mezzo di aggregazione e socializzazione oggi è sicuramente fuori dal tempo.
In questo contesto diventa un fattore decisivo (e non il fattore decisivo) la “professionalità” dei dirigenti, anche se le risorse a disposizione non permettono il “professionismo”. In mondo in cui tecnici ed atleti sono sempre più specializzati e preparati, non è più proponibile che proprio l’elemento più importante di tutto il mondo sportivo, la persona che permette a tutte le componenti tecniche di poter lavorare al meglio, non abbia l’adeguata preparazione.
Lo sport non potrà mai fare al meno di una componente di volontariato. Ma tante società di medio livello, se vogliono poter lavorare in maniera efficace, devono rendersi conto che investire sulla preparazione dei dirigenti non è certo meno importante che investire su allenatori e giocatori.
In molti, all’interno del mondo sportivo padovano, lo hanno già capito, e stanno lavorando in questo senso. Certo, l’impresa non è facile. Ma a tutti i livelli sarebbe importante scoprire che i pochi soldi che si riesce a raccogliere serviranno anche alla formazione dei dirigenti e non solo ad allettare quell’atleta che potrà consentire una stagione con qualche soddisfazione in più in campo.





